Il primo caffè
 
lunedì, 05 febbraio 2018

Il primo caffè


I bar di paese dovrebbero nominarli patrimonio dell’umanità. Entrare al bar e chiedere un caffè. È uno dei primi gesti della giornata, un momento in cui si è concentrati su un piacere del tutto personale, privato, non ancora disturbati dall’infinità di cose che accadono intorno.  Il caffè in Italia lo si prende in piedi, ma non bisogna farsi ingannare: non è quasi mai un’azione meccanica, frettolosa, è un piccolo rituale, spesso consumato con un gomito appoggiato al bancone e agitando nell’aria la bustina di zucchero prima ancora di fare l’ordinazione. Dentro al bar il rumore del macinino riattiva il flusso dei pensieri, il profumo del caffè risveglia i sensi, ma è solo dopo il primo sorso che si mette in movimento tutto, che si riprende il controllo di sé, che il mondo intorno incomincia a prendere forma. Si inizia a percepire il ticchettio dell’orologio appeso alla parete, destati dal ronzio dei frigoriferi si lancia uno sguardo ai titoli dei giornali ancora ripiegati sui tavoli, ci si accorge a mano a mano degli altri avventori, si riesce persino a scambiare un sorriso, due chiacchiere sul tempo, sulle gambe che a quest’ora non vogliono saperne di girare, sull’alba che tarda e su un tramonto che dista duecento chilometri di pedalate e sembrerà non giungere mai.
Fuori in piazza a Gaiole c’è la notte nera e densa, c’è il vociare di chi è già in sella e passa, c’è la strada che aspetta, c’è la salita, c’è la fatica. Il tempo di catturare un po’ di calore insieme all’ultimo sorso di caffè e ci si saluta, ci si aggiusta la maglia, si è già pronti a partire.

Elena Borrone